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Mercoledì 24 Giugno 2020 07:15

Libere di scegliere

Ultima arrivata  l'Umbria, a inventarsi regole senza fondamento pur di impedire alle donne l'accesso alla RU486, la pillola che consente l'interruzione di gravidanza in modo meno invasivo e meno doloroso.
Ultima di una lunga serie. Correva l'anno 2010 e ci hanno provato anche in Piemonte. Allora,  alcune di noi dell'allora Movimento torinese donne per l'autodeterminazione, con il supporto della Casa delle donne e di Videocommunity, abbiamo prodotto uno spot di controinformazione, mettendo in scena i nostri corpi,  le nostre voci e i nostri occhi. 
Lo trovi sul canale YouTube di Videocommunity. Diffondilo!
 
Occhi da tenere sempre aperti.  Perché ogni tanto ci riprovano... Il Ministro della Salute chiede ora lumi al Consiglio Superiore di Sanità (CSS). Ma perché, se lo stesso CSS dieci anni fa ha già emanato chiare linee guida e nulla, nel frattempo, è accaduto che giustifichi una revisione di quelle linee guida, del resto in linea con l'Europa e con la comunità scientifica tutta?
Sono tante le lobby, di destra, fondamentaliste, quella potente degli obiettori che premono. Ministro Speranza, basta dire "Le linee guida ci sono e vanno rispettate". E farle rispettare.

In occasione della ricorrenza del 3 giugno 1989, quando l’incendio nel braccio femminile del carcere delle Vallette, a Torino, uccise undici donne, è ora online Lascia la porta aperta, spettacolo di teatro canzone dedicato a quella notte maledetta. Per non dimenticare.

Qui anche una nuova storia di quella notte, raccontata da Susanna Ronconi, pubblicata da Zapruder, n. 50/2019

1989-2020: un incendio, una pandemia. E la morte entra nelle celle

Il 3 giugno, per noi, si rinnova il dovere della memoria. Da quel 1989, quando un incendio nel braccio femminile del carcere delle Vallette, a Torino, uccise undici donne, nove detenute, due agenti. La più grande tragedia del carcere della riforma, abbiamo sempre scritto, fin dall’inizio, quando abbiamo chiesto verità e giustizia e lavorato per un giusto processo; e poi anno dopo anno, per 30 anni, perché la smemoratezza si è impadronita quasi subito di queste donne, destinando le loro morti alla irrilevanza. Smemoratezza e irrilevanza cui del resto, e sempre più, paiono destinate le vite e le morti di chiunque, donna e uomo, sia rinchiuso e recluso.

Oggi, 3 giugno 2020, riviviamo un nuovo anniversario, caparbiamente decise a non dimenticare. Ci vuole tenacia, contro l’irrilevanza.

Ma quest’anno è diverso. Il conto triste e rabbioso delle morti ha avuto un'impennata, aggiungendo 13 vite a quelle che ogni anno si perdono nelle celle, tra suicidi e morti che non si son visti riconoscere nemmeno il diritto di morire liberi. 13 vite di uomini e ragazzi, questa volta, stroncate mentre cercavano di opporsi e ribellarsi all’angoscia e all’impotenza di una pandemia vissuta da rinchiusi, senza più nessun diritto, senza informazioni, senza garanzie; in un luogo chiuso e affollato dove le difese contro il virus sono deboli, quando non impossibili. Riconosciamo, oggi per loro, i rituali cinismi di quel 1989: allora, si additavano le ragazze che facevano segnali di fuoco per comunicare con il maschile, e non si accusava la direzione che aveva accatastato centinaia di materassi infiammabili sotto le loro finestre, dove mai avrebbero dovuto essere. Oggi, si dice siano morti per overdose da farmaci rubati nell’infermeria, e mentre giungono alla magistratura le prime testimonianze di pestaggi, ancora nulla si sa delle autopsie e, soprattutto, del perché, se davvero di overdose si è trattato, molti di loro siano stati messi su un blindato per trasferirli, per ore e senza soccorso.

Allora, dopo tre anni di una tenace opposizione al silenzio e all’archiviazione, siamo arrivate a un processo, che tuttavia non è stato, a nostro avviso, giusto: il fatto non sussiste (leggi la sentenza). E poco hanno importato le voci di chi era testimone diretta, e le nostre (Leggi i racconti della notte dell'incendio).

Oggi, altre voci cercano di non consentire al silenzio di calare come una cappa mortale sulla verità. Ci vuole tenacia, contro l’irrilevanza (Comitato per la verità sulle morti in carcere, vedi anche la pagina FB).

Lo scorso anno, trentesima ricorrenza della morte delle nostre nove compagne e delle due agenti, abbiamo dedicato loro un racconto corale, Lascia la porta aperta, spettacolo di teatro canzone creato dalle amiche del coro gli Abbaini e dall’associazione Aurea sulla base dei racconti delle superstiti, che avevamo raccolto 30 anni fa.

Lascia la porta aperta è dedicato a loro: Ivana Buzzegoli, Rosa Capogreco, Paola Cravero, Lauretta Dentico, Lidia De Simone, Morsula Dragutinovic, Editta Hrovat, Beatrice Palla, Radica Traikovic (Vesna), detenute e Rosetta Sisca e Maria Grazia Casazza, agenti.

Quest’anno lo dedichiamo a Marco Boattini, Salvatore Cuono Piscitelli, Slim Agrebi, Artur Iuzu, Hafedh Chouchane, Lofti Ben Masmia, Ali Bakili, Erial Ahmadi, Ante Culic, Carlo Samir Perez Alvarez, Haitem Kedri, Ghazi Hadidi, Abdellah Rouan, detenuti. Per la verità e la giustizia.

Mercoledì 20 Maggio 2020 17:56

Violenza di genere e populismo penale

Sono scaricabili integralmente gli atti del Seminario "Violenza di genere e populismo penale", che si è tenuto a Torino il 21 novembre presso la Sala Bobbio, organizzato da CCVD (Coordinamento Contro la Violenza sulle Donne), Sapereplurale e Amaryllus Onlus, in collaborazione con CIRSDE (Centro Interdisciplinare di Ricerca e Studio delle Donne e di Genere) con il patrocinio della Città di Torino

I detenuti morti nelle carceri durante le proteste contro le misure in prima battuta adottate dall'amministrazione penitenziaria in materia di corona virus sono inaccettabili. Qualsiasi siano le cause di queste morti, esse denunciano ancora una volta come la vita di chi è recluso non conti nulla.

L'intervento del ministro Bonafede al Parlamento ne è purtroppo palese evidenza. Il fatto che alcune di queste morti - e su questo pure aspettiamo una puntuale informazione - siano dovute ad assunzione di farmaci da parte di alcuni detenuti non mitiga, semmai aggrava, il quadro della situazione. Pur considerando l'eccezionalità del periodo, colpiscono l'approssimazione, l'opacità e il silenzio che sono scesi su queste morti: non sappiamo nemmeno i loro nomi! Per questo abbiamo lanciato l'iniziativa di un Comitato di verità, trasparenza e giustizia su queste morti, grazie all'adesione di un primo gruppo di persone sensibili ai diritti di chi è recluso.

E' ora importante la vostra adesione e il vostro sostegno: insieme faremo informazione e pressione affinché non cali il silenzio su questa tragedia L'iniziativa si pone in continuità e alleanza con tutte le iniziative e le proposte che molte delle nostre associazioni hanno avviato e con l'impegno dei Garanti dei diritti delle persone private della libertà personale a fare luce su quanto accaduto Trovate il testo dell'iniziativa al link https://www.dirittiglobali.it/2020/03/morti-nelle-carceri-appello-per-un-comitato-di-verita-e-giustizia/, dove via via troverete tutti gli aggiornamenti e le informazioni.

Potete sostenere il Comitato segnalando e condividendo fatti, informazioni, notizie e esperienze, e contribuendo a tenere viva l'attenzione attraverso i vostri canali di comunicazione. Ogni suggerimento e proposta per rendere più efficace questa iniziativa è benvenuta.

Potete aderire, come singoli e come associazioni e enti, inviando una mail a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , oggetto: Comitato verità e giustizia

Martedì 25 Febbraio 2020 15:21

La prigione delle donne

 

Presentazione del libro La prigione delle donne. Idee e pratiche per i diritti
di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa
Ediesse, 2020

Lunedì 16 marzo 2020 • ore 16.30
Láadan • Centro culturale e sociale delle donne
via Vanchiglia, 3 • Torino

 

Ne discutono con le autrici:
Monica Cristina Gallo garante dei diritti delle persone private della libertà di Torino
Joli Ghibaudi volontaria del Gruppo Abele
Liz O’Neill Sapereplurale

 

Dall’esperienza di laboratori di self empowerment e da una ricerca azione tenuti nelle carceri femminili della Toscana, una riflessione di genere sulla “prigione delle donne” che dà voce alla soggettività di chi è detenuta.
Un viaggio dentro le strategie che le donne oppongono ai meccanismi di sofferenza e minorazione imposti dal carcere, e una nuova riflessione attorno a cosa il contesto sociale – e le donne in particolare - può attivare nella direzione di poter guardare “oltre il carcere”.
Al centro, lo sguardo di genere, la questione dell’affettività e della sessualità e una nuova domanda radicale sulla “riformabilità del carcere”.

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